Il coraggio di Lea

Il coraggio di Lea

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La storia di Lea Garofalo è a tutti ben nota, ne hanno parlato tanti giornali, ci hanno fatto un libro ed anche una fiction.Ma, spettacolarizzazione a parte, Lea era una giovane donna da definire intelligente, mettendo questo aggettivo prima di tenace e coraggiosa, che le spettano altrettanto di diritto, assieme a tanti altri aggettivi fatti di forza e debolezza, che accomunano tante donne

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La forza di Lea è stata sua figlia Denise, che ha amato e protetto dal momento in cui l’ha data alla luce. E’ morta per lei, proteggerla ed amarla allo stesso tempo non è stato facile con un padre che dal carcere riusciva a far sentire forte la sua presenza e la sua potenza di appartenente alla ‘ndrangheta. Lea ha avuto paura e coraggio per tutta la vita, ha lottato ogni giorno per poter respirare e far respirare aria pulita alla sua bambina, è entrata ed uscita dai programmi di protezione, è scappata e poi tornata dal suo paesino in Calabria dimostrando così che bisogna provare a vivere liberi dai condizionamenti, dalle intimidazioni, dagli abusi e soprusi di un marito che si è rivelato violento nell’animo e nella mente prima che nelle mani e nelle braccia.

La violenza psicologica perpetrata dal marito di Lea è stata meticolosa e persecutoria, ma anche velata e sotto traccia, protetta dallo scudo della malavita. Lea lo ha contrastato usando un’intelligenza acuta che le ha dato la possibilità di rialzarsi ad ogni caduta, di guardare oltre ogni passo, di soppesare ogni parola, movimento, spostamento, amicizia, lavoro, frequentazione. Una vita passata ad anticipare le mosse del suo avversario per non diventare una vittima.

Vittima lo è diventata in pochi attimi di debolezza: il cosiddetto “cuore di mamma” le ha fatto mettere un piede in fallo, a costo della vita. Finalmente il suo carnefice era riuscito a farle perdere – per qualche attimo – la lucidità, approfittandone immediatamente per farla sparire e poi eliminare.

Lea aveva una grande complice, un’amica ed una confidente prima di essere sua sorella. Ho incontrato per la prima volta Marisa qualche mese fa, l’ho sentita parlare di Lea e della loro storia con totale trasporto ma al contempo grande dignità e rispetto, gli occhi fissi, la voce pacata, il racconto preciso, la voglia di difenderla ancora oggi, dopo sette anni dalla sua scomparsa.

La sorella di Lea le è stata vicina in tante circostanze, l’ha accolta, difesa, seguita in tutte le occasioni possibili, è bastata una telefonata arrivata troppo tardi per farle perdere le tracce della sorella e renderla impotente, mentre sentiva che qualcosa di grave le stava accadendo.

Ma oggi c’è Denise: quella bambina che Lea ha protetto è ora una donna, che ha deciso spontaneamente di rientrare nel programma di protezione abbandonato dalla madre, per difendere ed onorare la sua memoria, per poter sfuggire alle insidie di un padre che ancora pensa di poter essere anche padrone, incarnando così il simbolo di molti uomini la cui intenzione è solo catturare la propria preda ed eliminarla.

Le vittime di violenza psicologica sono spesso donne con caratteri forti e determinati, che riescono a tenere testa a pressioni di vario genere, menti torturate per anni che cedono ad un momento di normalità, di voglia di evasione, al desiderio di poter vivere qualche attimo di libertà.

La storia di Lea ci insegna che non bisogna essere sole, mai, anche quando ci si sente protette dai propri cari, bisogna chiedere ed ottenere protezione a tutti i livelli, perché maggiore sarà la resistenza alla violenza psicologica più alto sarà il livello di odio ed il desiderio di eliminazione che il carnefice nutre nei confronti della propria vittima.

 

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