Capitan Capitone e i Fratelli della Costa, una chiacchierata con Daniele Sepe...

Capitan Capitone e i Fratelli della Costa, una chiacchierata con Daniele Sepe sul suo nuovo album

2

Il celebre musicista napoletano Daniele Sepe ha messo insieme per l’occasione il meglio del panorama musicale partenopeo. Venti brani tra contaminazioni e virtuosismi propri del sound “sepiano”… Donnalike ne discute con lui

Chi lo conosce ormai non si meraviglia più. Ma la disinvoltura con la quale Daniele Sepe riesce a suonare, mantenendo elevatissimo lo standard qualitativo, anche strumenti diversi dal sax del quale è padrone assoluto, lascia senza fiato. Con la stessa facilità è riuscito a indossare i panni del professore, nel fortunato ciclo di incontri “A note spiegate” e quelli del pirata Capitan Capitone, anche se quelli del musicista restano i suoi preferiti. A mantenersi inconfondibilmente uguale a sé stesso, però, è l’originalissimo sound, contaminato da esperienze musicali tra le più eterogenee.

Sirtaky, blues, rock, jazz, raggae si fondono anche questa volta per dare vita a “Capitan Capitone e i Fratelli della Costa”, il ventiseiesimo album della carriera di Daniele Sepe su etichetta FullHeads, distribuzione Audioglobe, disponibile online sia su Amazon sia sui canali digitali, sostenendo il crowfunding sulla piattaforma Musicraiser. Un disco capace di evocare scenari omerici e solleticare tutti i sensi, non solo l’udito, di quei fortunati che, acquistando il disco, si concederanno il privilegio di salire a bordo del Capitone per condividere con Capitan Sepe le illusioni, le gioie e i naufragi dell’esistenza umana.

Un viaggio lungo 20 brani, in compagnia di una ciurma ben assortita: non solo i 62 i musicisti-pirati scelti tra i migliori nel panorama nazionale, ognuno dei quali ha contribuito in maniera determinante alla riuscita del progetto, ma anche di personaggi appartenenti alla mitologia “sepiana”, come “Peppe Spritz”, che solitamente ospita l’insolita ciurma nel suo bar, porto sicuro in piazza Bellini, ogni qual volta viene sospinta sulla terraferma dal mare in tempesta o dal bisogno di grog.

«Nell’ultimo anno – dice Sepe – per diverse ragioni sono entrato in contatto con una realtà che conoscevo poco: quella dei gruppi e dei cantautori più giovani che suonano qui a Napoli. Sono rimasto colpito da quello che hanno da dire e dal fatto che rappresentano la prima generazione cresciuta ascoltando i dischi di Pino pur non essendone coetanea». Deformazione professionale per un’artista che è solito posare uno sguardo attento e severo su quello che di interessante si muove intorno a lui.

«È nata un’amicizia grazie alla quale ho potuto constatare l’enorme seguito di gruppi come Foja, oppure la Maschera, ‘O Rom, Tartaglia Aneuro, Aldolà Chivalà, Mario Insegna & Hadacol Special, La Contrabbanda di Luciano Russo, Claudio Gnut, Maurizio Capone, Alessio Sollo, Nero Nelson, Sara Sossia Squeglia, Flo Cangiano, Auli Kokko, Piermacchiè, Gino Fastidio e tanti altro ancora. Musica che non arriva nel resto di Italia. Ho pensato che fosse necessario fare un’operazione analoga a quella di “Vite Perdite”, la precedente istantanea scattata nella Napoli di inizio anni ’90. Prende, quindi, corpo l’idea di un nuovo disco».

 

Un album collettivo come Sepe tiene a precisare «tant’è che sulla copertina, griffata da Dario Sansone, non c’è il mio nome, ma quello di Capitan Capitone. I brani nascono da un lavoro collettivo, anche se la direzione musicale è mia. Abbiamo scelto alcuni argomenti da raccontare, poi calati in testi che evidentemente risentono di quello che succede a Napoli, nel bene e nel male. Anche la descrizione del bar di “Peppe Spritz” a Piazza Bellini fa parte della storia di questa città».

Le etichette, non gli piacciono. «Quando ho tentato di fare un disco solo jazz, già al quarto brano suonavo Frank Zappa e al sesto i Led Zeppelin, quindi figuriamoci. Evidentemente non è nelle mie corde. C’è oggi un movimento a Napoli in grado di eguagliare quello degli anni ‘70 incarnato dalla Napolitan Power, e dei ‘90 che videro nascere realtà di primo livello come i 99 Posse, gli Almamegretta, ‘E Zezi. Un fermento che merita di uscire dai confini di Napoli, operazione riuscita negli ultimi anni solo alla scena hip-hop riconducibile all’industria discografica della Sony, che ha sfornato Clementino e Rocco Hunt». Il disco si presenta come un antidoto all’ottundimento che sembra permeare soprattutto le giovani generazioni.

«Con i dischi non vogliamo cambiare il mondo. Non ci ho creduto né quando ho fatto “Lavorare Stanca” né quando ho raccontato la storia di Victor Jara, (musicista cileno massacrato dai militari fascisti cileni ndr). Al massimo possiamo provare a far ragionare il pubblico in maniera possibilmente non noiosa. Un film di Monicelli ne vale cento di Antonioni: fa riflettere e nun t’ammoscia». Ma Sepe si sente un leader? «Solo nella misura in cui gli altri me lo concedono. La ciurma di pirati di cui mi sono circondato non esiterebbe a gettarmi in mare se li deludessi».

Commenti

  1. Pingback: tHEme one dimanga